Cronologia degli eventi

giovedì 10 febbraio 2011

Bombe su Roma!

le bombe cadono sullo scalo di San Lorenzo
il 19 luglio 1943, proprio mentre a Feltre è in corso un incontro tra Mussolini ed Hitler, Roma viene colpita per la prima volta nel conflitto da un micidiale bombardamento aereo Alleato

Mentre il summit si snocciola tra una secca reprimenda del Führer relativa al pessimo comportamento delle truppe italiane in Africa e in Sicilia e la sua promessa di divisioni per difendere l’Italia, arriva un dispaccio: “Roma è sotto bombardamento aereo!”. Quel giorno infatti, 321 bombardieri bimotori (B-25 e B-26) e numerosi caccia, eseguono un pesante bombardamento sulla Capitale (682 tonnellate di bombe) colpendo i quartieri Prenestino, Tiburtino (dove si conteranno 717 morti) , Tuscolano e San Lorenzo. Ufficialmente gli obiettivi sono militari (gli scali ferroviari ed alcuni depositi di materiale rotabile), ma le stime eseguite dopo il raid parlano chiaro: 1 aereo su 10 sbaglia di 300 metri, e 1 su 3 sbaglia di 600. Inoltre l’utilizzo di ordigni da 500, 1000, 2000 libbre ad alto potenziale su un obiettivo così densamente popolato come Roma rende vano ogni tentativo di “fare la frittata senza rompere le uova”.

Difatti il bilancio finale del raid è tragico: 1500 morti, 6000 feriti, 10.000 case distrutte o inagibili, 40.000 senza tetto. L’erogazione di gas, corrente elettrica e acqua cessa in quasi tutta la città. Il giorno successivo l’operazione si ripete, questa volta con obiettivo Napoli, con 430 bombardieri.
L’intento Angloamericano appare abbastanza chiaro: fiaccare il morale di una nazione già a terra e indurre i vertici politici e militari ad uscire dal un conflitto.. quasi un avvertimento su cosa potrebbe accadere se gli italiani si ostineranno a rimanere a fianco dei tedeschi.

LA CRONACA DI QUEI TRISTI GIORNI

(tratto da www.storiaememoria.it)

Roma 19 luglio 1943. E’ lunedì, una bella giornata dell’estate romana, calda, senza un alito di vento. Alle ore 13 il termometro arriverà a 40 gradi all’ombra.
Ma è alle 11,02 minuti che nella città si ode il suono acuto delle sirene, il segnale minaccioso dell’attacco aereo. Molti romani che pure hanno notizia dei tremendi bombardamenti sulle altre città italiane non se ne preoccupano: l’Urbe, la “città santa” non può essere attaccata dal cielo, Roma è patrimonio dell’umanità, a Roma c’è il Papa, anche gli Alleati lo sanno. Che Roma sia inviolabile lo crede l’uomo della strada ma lo credono anche i gerarchi e i generali: al momento dell’attacco aereo, sono trentotto i caccia italiani in grado di levarsi in volo a difesa della città, a contrastare gli aerei nemici. Alle ore 11,03 minuti 362 bombardieri americani decollati dalla Tunisia, dall’Algeria, dalla Libia iniziano il bombardamento.

L'interno della Basilica di San Lorenzo
 fuori le mura, devastata dal bombardamento
Il bombardamento del 19 luglio 1943 è stato ricostruito con grande ampiezza di dati e ricchezza di testimonianze da Cesare De Simone in Venti angeli sopra Roma, Mursia, Milano 1993. Il primo attacco centra in pieno i binari, due vagoni e un capannone dello scalo merci San Lorenzo, sopra via Piccolomini. Le altre bombe colpiscono le cabine elettriche, gli scambi, i magazzini di smistamento, gli uffici, i convogli in sosta sui binari dello scalo, investono il viale dello scalo San Lorenzo e il viale del Verano che costeggiano sulla destra l’area ferroviaria. Almeno otto palazzi sono centrati nell’area che tocca largo Talamo, via dei Liguri, via degli Enotri, via dei Piceni.. I bombardieri che seguono la prima formazione hanno l’ordine di colpire dove si leva la nube di polvere e di fumo provocata dal primo passaggio, ma la nube si allarga sempre più e le bombe colpiscono sino a cinquecento metri di distanza dallo scalo.

I primi soccorsi alle zone colpite
Il popoloso quartiere San Lorenzo viene investito in pieno. Le bombe cadono su via dei Volsci, via dei Sabelli, via dei Sardi, via dei Marrucini, Via dei Vestini, via degli Enotri, via degli Equi, via dei Ramni, largo degli Osci, piazza dei Campani, via dei Reti, via degli Ausoni e sulle altre strade del quartiere. I cortili, le loggette, i ballatoi, luoghi di svago e di socializzazione vengono sventrati, le ringhiere di ferro battuto divelte pendono tra la polvere e i calcinacci. In via dei Marsi viene colpita la “Casa dell'infanzia” di Maria Montessori, banchi, tavoli e sedie vengono distrutte dalle fiamme. L’edificio, simbolo della "rivoluzione dell'educazione infantile" che ha reso famoso il quartiere in tutto il mondo, non esiste più. A via dei Latini due palazzi vengono distrutti completamente. In uno, al civico 71, abitano trenta famiglie: poche persone sopravvivranno. In piazza dei Sanniti 42 una bomba centra l’edificio dove si trova la trattoria “Pommidoro”, e seppellisce sotto tonnellate di detriti gli abitanti che al suono delle sirene sono scesi in cantina. In via dei Marrucini una bomba invece penetra sino alla cantina e lì esplode uccidendo novantasette persone che vi si sono rifugiate, soprattutto donne e bambini.
I vigili del fuoco impiegheranno sei giorni a portare alla luce i cadaveri. L’orfanotrofio statale di via dei Sabelli che ospita cinquecento bambini viene colpito e dal rifugio sotterraneo i piccoli e le suore vengono estratti dopo trentasei ore; 78 bambini e sei suore rimangono uccisi. In via dei Reti il carcere minorile diventa per molti ragazzi, forse una quarantina, una tomba. Gli altri riusciranno a salvarsi. Viene distrutta un’ala del Convento delle suore Concezioniste in via dei Marsi, mentre sul piazzale Tiburtino le bombe seppelliscono una ventina di persone rifugiatesi nella farmacia Sbarigia, molto nota nel quartiere. Sopravvivono sino alla salvezza, per due giorni, nutrendosi di medicinali, ma il farmacista, il dottor Sbarigia, appena riportato alla luce viene stroncato da un infarto. Brucia in via degli Apuli la fabbrica della birra Wührer, colpita da bombe incendiarie al fosforo. Brucia per tre giorni il pastificio Pantanella, tra la Prenestina e la Casilina, vicino a Porta Maggiore.

Il cimitero del Verano sconvolto.
 Nemmeno la tomba di famiglia
 del Papa è stata risparmiata
In fondo a via dei Sabelli lungo il muraglione del camposanto erano allineati in capannoni bassi e lunghi i laboratori dei marmisti. Le bombe spianano le costruzioni, fanno strage tra gli operai, spargono per centinaia di metri i frammenti dei blocchi di marmo.
Ma le devastazioni maggiori si hanno sul piazzale del Verano, il grande piazzale in cui si apre l’ingresso principale del camposanto. Le persone, i banchi di fiori, i negozi dei marmisti, gli automezzi sono spazzati via, i sampietrini del selciato romano schizzano via in tutte le direzioni lasciando il segno sui muri dei palazzi, i binari del tram vengono divelti e si attorcigliano, i fili dell’alta tensione tranciati pendono verso il suolo: da ogni parte si spargono fiori, brandelli di corpi umani, sangue e macerie.
Lo stesso cimitero del Verano che costeggia la ferrovia viene colpito nell’ingresso principale, nell’area a destra dell’ingresso e nella zona interna adiacente la strada ferrata: una bomba distrugge la tomba di Petrolini, un’altra cade davanti alla tomba gentilizia della famiglia Pacelli colpendo le tombe vicine ma lasciando intatta la grande cappella funebre, altre ancora distruggono il deposito con 400 casse funebri e le scuderie con 25 cavalli.
Il cuore del quartiere, le basilica patriarcale di San Lorenzo, subisce gravi danni. Le bombe abbattono il tetto di legno, infrangono l’organo, distruggono l’intera facciata della basilica. I frati fuggono attraverso il cimitero per cercare di sopravvivere alla tragedia e per soccorrere poi i sopravvissuti e gli sfollati. Anche la parrocchia del quartiere, la chiesa dell’Immacolata Concezione, viene colpita. La città universitaria, dove in quel giorno non si svolgono lezioni, è danneggiata gravemente in vari edifici, sono colpiti l’Istituto di Sanità Pubblica in viale Regina Margherita, un’ala della Clinica Ortopedica sul Piazzale delle Scienze, il Dopolavoro universitario, il Teatro, la Casa dello Studente in via De Lollis.
Alle 11,30 l’autovettura del generale di corpo d’armata Azolino Hazon, comandante dell’Arma dei Carabinieri, che si dirige verso lo scalo per rendersi conto dei danni provocati dal bombardamento, è centrata in pieno da una bomba, proprio allo sbocco di viale Regina Elena sul Piazzale San Lorenzo. In viale Manzoni viene colpita la sede romana della Fiat; in via Turati viene distrutta la Centrale del Latte, nel Quartiere Prenestino la grande autorimessa dell’ATAG, in via del Prenestino è distrutto il padiglione Viscosa e gravemente danneggiato lo stabilimento Benini. Il trenino suburbano Guidonia-Roma viene colpito mentre attraversa il Piazzale Prenestino, prende fuoco con i passeggeri, venti uomini e donne che diverranno irriconoscibili. Sul muro della caserma Macao in viale del Policlinico c’era incassata una statuetta della Madonna, frutto della devozione popolare.
Un ferroviere, Marco Ferranti, durante l’incursione si rifugia in quel punto, tra le bombe si raccomanda alla Madonnina di terracotta e miracolosamente si salva. Il giorno dopo mura sotto la statuetta una targa di marmo con la scritta.”Alla Vergine Maria per grazia ricevuta”. Altre targhe verranno attaccate a quel muro sotto la “madonnina del tranviere”, come la chiama la gente, negli anni della guerra e poi negli anni della pace fino a coprire quasi tutti i duecento metri di muraglione da piazza Fabrizi a Piazza della Croce Rossa.
Il papa, per la prima volta dall’inizio della guerra, esce dal Vaticano e si reca nel quartiere colpito.
In fondo a viale Regina Elena scende dalla macchina e si avvia a piedi tra la folla. Davanti alla facciata distrutta della Basilica di San Lorenzo egli si inginocchia. L’immagine di Pio XII con le braccia spalancate tra la folla, con la veste bianca macchiata di sangue, rimarrà a simbolo della tragedia degli abitanti e del legame tra la Chiesa e la città .

IL PRIMO DI UNA LUNGA SERIE

Il 19 luglio 1943 dalle ore 11,03 alle ore 12,10 l’aviazione statunitense bombarda gli scali ferroviari del Littorio sulla Salaria e di San Lorenzo e dalle 12,12 alle 13,35 gli aeroporti di del Littorio e Ciampino. L’operazione è stata denominata “Crosspoint”. Si avvicendano in sei ondate quattro gruppi di B-17 e cinque gruppi di B-24, 362 bombardieri pesanti che colpiscono il nodo ferroviario sulla Salaria e quello della stazione di San Lorenzo spingendosi sino allo scalo Tiburtino, a Portonaccio. Poi sopraggiungono 146 B-26 Marauder e 154 B-25 Mitchell, bombardieri medi che attaccano gli aeroporti di Littorio e Ciampino. Gli aerei volano a 6.000 metri di quota (in codice Twenty Angels, Venti Angeli: 20.000 piedi di altezza) per tenersi al sicuro dalla contraerea italiana.
Su Roma muove la flotta aerea più potente che si sia mai mossa nei cieli italiani: 930 velivoli, 662 bombardieri scortati da 268 caccia Lightning che scenderanno spesso a bassa quota mitragliando i grandi slarghi, piazzale del Verano, largo Preneste, piazzale Prenestino. Sulla città in poco più di due ore vengono sganciate 1.060 tonnellate d’esplosivo, 4.000 fra bombe dirompenti e spezzoni incendiari: la maggiore incursione compiuta sino a quel momento sull’Italia anche come tonnellaggio, la più tragica come numero di vittime. Gli aerei statunitensi rientrano alle basi avendo subito una sola perdita, tre gli aerei da caccia italiani abbattuti.
Il 13 agosto 1943, alle 11 precise, Roma è bombardata per la seconda volta: 409 aerei tra bombardieri e caccia, decollati dagli aeroporti della Tunisia, dell’Algeria, ma anche da Pantelleria, passano sulla città a varie quote e in un’ora e mezzo scaricano 500 tonnellate di esplosivo. Alle 12,33 suona il cessato allarme. L’attacco si concentra sui quartieri Tuscolano e Casilina ma Portonaccio e San Lorenzo vengono anch’esse colpite duramente. Le vittime saranno circa 500. Roma è bombardata dagli Alleati altre 51 volte dopo il 13 agosto. Dall’ottobre 1943 i bombardieri che effettuano le incursioni su Roma decollano dagli aeroporti della Capitanata, intorno a Foggia. Quello del 14 marzo 1944 nelle zone del Nomentano, del Prenestino, e Italia può essere considerato il terzo bombardamento per tonnellaggio di bombe e per numero di vittime. Nel bombardamento del 3 marzo 1944 al Tiburtino avviene una delle stragi più terribili: una bomba centra il ricovero antiaereo di un edificio al numero 364 di via Tiburtina dove si sono rifugiati 200 operai della vicina fabbrica “Fiorentini”.
I vigili del fuoco ci metteranno tre giorni per estrarre le salme, alla fine allineeranno 189 bare sul marciapiede. L’ultima incursione è del 3 giugno 1944, quando viene attaccata una colonna di automezzi tedeschi nella zona Casilina. Il 4 giugno Roma è liberata.

Nessun commento:

Posta un commento